L’automobile è donna, ma prima era uomo

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Se l’etimologia della parola automobile è certamente chiara e netta, altrettanto non si può dire del suo genere. Maschile o femminile? Dipende, dipende dal periodo storico di riferimento.
Facciamo un passo indietro e torniamo al 1875-76, quando il termine automobile dalla Francia si diffonde anche in Italia, immutato. La differenza sta solo nella pronuncia.

Derivante dal greco, automobile è una parola che indica la proprietà distintiva di questa novità, cioè che “si muove da sola”, e per questo si diffonde inizialmente come aggettivo, a volte associato a un sostantivo maschile, altre ad uno femminile.

Originariamente comunque sembra prevalere l’uso del genere maschile e Marinetti, capostipite di quel movimento futurista perdutamente innamorato delle macchine e della velocità, parla dell’automobile al maschile proprio nel Manifesto del Futurismo.

Ma evidentemente questa scelta non fa presa sulla gente, che lentamente passa alla declinazione al femminile, prima nel parlato e poi nello anche nello scritto. È a questo punto che irrompe sulla scena Gabriele D’Annunzio che sancisce definitivamente il genere femminile dell’automobile.

In una lettera inviata nel 1920 a Giovanni Agnelli, storico proprietario della più grande casa automobilistica italiana, D’Annunzio rivendica la femminilità dell’automobile con queste parole: “L’Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.”