Meglio il cambio automatico o manuale?

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La domanda “meglio il cambio automatico o manuale?” è un dilemma difficile da sciogliere.
“Tutta la vita il cambio manuale, voglio guidare per davvero!”
Questo è un classico esempio di opinione diffusa in Italia e in Europa in generale, ma non è così in tutto il mondo; c’è invece una spaccatura piuttosto netta tra amanti del cambio automatico, collocati principalmente tra America, Asia e Oceania, e appassionati del cambio manuale, concentrati per lo più nel Vecchio Continente.

Nonostante il cambio automatico garantisca consumi mediamente più ridotti e non metta a dura prova le ginocchia del pilota nel traffico urbano, rimane forte in molti guidatori la volontà di “sentire l’auto in mano” come si usa dire, cioè utilizzare il cambio manuale per dominare appieno l’automobile.
Insomma, la preferenza dipende da una concezione differente di cosa sia il piacere di guidare.

E a questo punto della discussione normalmente s’inserisce il terzo soggetto, che era rimasto volontariamente in disparte, nella penombra… è l’unico vero amante della guida, è il nostalgico della doppietta, detta anche “doppia debraiata”. Si tratta di premere la frizione lasciando calare i giri del motore per ingranare la marcia superiore oppure premere la frizione e poi l’acceleratore (mantenendo l’auto in folle) per far salire i giri del motore prima di innestare la marcia inferiore.

Se sai fare la doppietta nel 2014 è molto probabile tu sia un appassionato di motori. Per i più giovani basti dire che ai tempi dei cambi non sincronizzati, quando le ruote dentate degli ingranaggi non erano permanentemente in contatto come accade invece oggi, per scalare o salire di marcia era necessario “fare la doppietta”. In breve, occorreva sincronizzare gli ingranaggi per farli incastrare, altrimenti grattavano e non si inserivano. Ecco, nel caso vi capiti di essere al bar e di parlare di cambi, qualora compaia alle vostre spalle l’amante della doppietta rinunciate al desiderio di aver ragione.

Chi l’ha provata sa che non c’è paragone.